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Testo in italiano

Era vestito color di sigaro toscano, con le tasche attaccate come pezze di rammendo e le madonne attaccate come tasche. Era un frate, ma si fermava anche con le donne. Pareva un tizzone morto, ma era una fiamma.
Attorno al cuore aveva più disgrazie che un fiore in un giardino non abbia farfalle. Bracco da miseria, fiutava la fame anche se gridava al di là delle sette muraglie. Nelle sue maniche scorreva la vita, tutti i dolori vi facevano dentro il nido.
Appariva sempre sul mezzogiorno colmo di pasta, di carne, di lardo come una marmitta, e diceva: — Ce n'è un mestolo anche per te —. Un giorno, fuori porta san Michele è caduto a terra come un sacco vuoto. L'hanno raccolto tutto sporco, di polvere. Con la croce in mano.
Chi l'ha visto morto dice che era più bello. Chi gli ha frugato in tasca non ci ha trovato che una corona e tante briciole di pane: il più bel testamento che un frate può lasciare. Dal giorno in cui è là nella Villetta, con le braccia incrociate sopra il cuore, la gente che passa, gli accende un lumino. Gli dice un'ave maria, gli racconta miserie e dolori.
Chi passa, chi vede senza sapere, si ferma e li scambia per parenti. E di sera, quando non c'è nessuno e il frate è rimasto solo, i lumini accesi con l'ave maria gli chiedono se li ha conosciuti. "lo sono quel poveraccio di Miliuss, che abitava in Borgo Paglia al trentuno; dormivo in una camera senz'uscio su di un mucchio di foglie secche di melica. Che febbre, che freddo! Per coprirmi non avevo che i buchi del tabarro: mi sentivo seppellire dall'inverno, mi sentivo affogare dal catarro. E un giorno sei arrivato in punta di piedi con un fascio sotto braccio e una sporta; mi credevo che entrasse la morte, la morte vestita da frate. Se non fosse stato per quel fuoco che hai acceso, quel pane, quelle due uova, quella malridotta logora coperta di lana, chissà dove sarei, qui dentro, sepolto senza cassa”.
"Io sono la Marietta di. Muflì: logoro la vita al canale, il giorno che è morto mio marito — sette figli che mi tiravano il grembiule — nessuno che mi dicesse: — Crepa anche tu! — Come hai fatto, Padre Lino, a sapere. Come hai fatto, Padre Lino, a sapere che non c'era più pane nella credenza ed era ormai mezzogiorno?".
"Io sono la Pepina Gualtieri, andavo a servizio in casa Mazza. Ricordi? Sono vecchia, sono appassita, non sono più una verza di ieri. Ma allora ero molto carina e gli uomini sono tutti mascalzoni. Abbandonata, e in che stato! Nessuno, nessuno che dicesse: — Povera Pepina! — Nessuno che mi volesse a servire; nessuno che mi dicesse: — È una mamma! Poverino quel bimbo, avrà fame! — E un giorno che volevo morire...". Lo stoppino si muove, si piega, muore nella cera sfatta, un altro ce n'è che tocca la latta, un altro ce n'è che brucia, che sfrigge. Il vento li spegne d'un colpo.
Ma in mezzo alla cera già dura un lume, che non ha ancora parlato e che s'intartaglia di paura, dice: "Io-io sono Pa-pavlon. Ho trenta condanne sulla gobba. M'ha sempre fatto gola la roba degli altri! Mi hai visto in prigione. Ormai sono un lupo senza pelo. Sono vecchio, rimasto senza nessuno. Ma tu mi hai parlato come un fratello, per te sono diventato un po' più buono". La fiamma che trema e dondola, come i denti di un bimbo che va a scuola, è lì che vuol dire una parola, è lì che vuol dire una parola, poverina, è lì che sanguina.
Ma il vento, che giocava nel prato, passa e spegne anche lei.